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Rita Bonomo
-Petula dell’addebito-
Vorrei poterti chiedere
se è vero che mentre
culli i tuoi fardelli
disegni bimbi morti nell’aria
Cadaverini pecorelle
ad erigere cieli sotto
cui si possano piangere
lutti potenziali immolati
a senso prensile di mamme arpione
a spettinarti
-spellato di piume chioccia
altare maldicenza la bocca-
L’acqua bollente dilaterà i pori
e lo spoglio sarà docile strappo
che svestirà ali e cosce
delle piume superflue
Piccola ipocondriaca,
come ti uccidi l’utero della testa!
Disconosci eredità, rendendole
alla genesi d’incubi ricorrenti
Ogni cominciamento è spurio e mani giunte
a interloquire con tuo combusto maledire
l’appartenenza tua tutta a collare ingiuriato
eppure
è filo rosso dell’arte tua tutta
Spergiura!
Te ne cuci il vello per coprirti delle nudità bambine
Batacchi e campane
A scandire un’insonnia dormiente
dimmi
cos’è che s’appiccica alle ciglia
a non dormire quando ti costringi gli occhi
a star fissi in un punto soltanto?
(contarli tutti
non sarà d’aiuto
al sonno)
dell’incubo e dell’aria agognata intorno-
Erano cosmi impazziti
di vagire bambino
ad appiccicarsi alle ciglia nel sogno
-cisposi fili incrociati, sembianze
femminee le aspidi adulteranti il sonno-
E chiavistelli le intenzioni -null’altro-
serrato d’ali spiumate a sfoltire
l’urlato spartirsi le ambizioni rabdomanti
tra la veglia e il riposo
Un vaglio di precarietà
Isola isola funzioni mammose
-arti imperfetti e mammelle difettose-
a dissipare i latrati di poppanti
mio bene
Morirli tutti,
all’ombra del torpore
non sarà placebo al sonno
Agre amnesie le sacche
a contenerli indumentini vuotati
moriranno d’un latte non ricambiato
del loro stesso odore a desiderarlo
-scordare di dare loro il bianco
li ha resi ombre sottoesposte
a velleità affettuose
di strizzato grandangolare
Inclinazioni Cottolengo
le attenzioni amorose
a deformar le testine tenere nell’affondo
Fosse plastilina foggiata da dita sgorbie
a deturpare tanto morbido ammiccare
il candore su paffute gote
-goffaggine, delittuosa principiante!-
Oh, Arpione, un cara cara appuntito
m’hai lasciato in dote,
opera di dio questo vagire a trapanare
le regole del cuore?
Che penitenza è questa?
il raschino dell’abilità
in luogo dell’andar per fuori senza guinzaglio
appena appena appaiata al bianco
che ancora mi porta soffocando
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