Intervista a Stefano Lorefice


L’ESPERIENZA DELLA PIOGGIA.
Stefano Lorefice.
Campanotto Editore.

 

L’esperienza della pioggia
mostra l’inclinazione di una quieta malinconia.
Pieno mancarsi d’assenze.

Nel ritmo della lettura sembra di posare un sasso al mare, ad ogni verso.
Compiuto; semplice; onesto.

Un narrato fluido di cose concrete
e piccole perle incastonate.

 

CORPO/CITTA’ 

Talora si schiude un origami:

‘in un viaggio che non si sa per dove
mascherato da un ridere sotto,
nel basso delle facce’

e gli occhi, Stefano,
gli occhi?

Gli occhi sono “complessi”, ed a guardarli con altri occhi, perdonami il gioco di parole, sembrano dire molte cose, ma in fin dei conti è poi il dentro che ti suggerisce cosa sono queste immagini che ci arrivano da fuori…in altre parole, senza le curve ed i tornanti che ognuno si porta intima-mente,  gli occhi servirebbero a ben poco…darebbero indicazioni sommarie. Poi, in relazione ai versi che hai riportato, m’interessava che l’attenzione cadesse su queste facce non facce di gente persa…che ha smarrito l’identità e la strada, fino a perdere una delle caratteristiche di ogni volto: gli occhi.

Lui, il protagonista, è un viaggiatore, un nomade.
Come se rifugiasse per guardarsi dentro.

Cosa rivela cedersi:

‘…dei viali c’è una felicità,
con tutto un bisogno che strema
che divarica
che apre e sradica
alza la pelle e comincia a cercare nel dentro
esplora il vivo che pulsa; ‘

Il discorso ne “L’esperienza della pioggia” può, sì, risolversi in una sorta di nomadismo. La struttura del libro è impostata per dare un flusso continuo, senza soluzione di continuità. Però, allo stesso tempo, è una sorta di ricerca interiore che muove tutto il discorso o il viaggio intrapreso. Il vivo che pulsa è la polpa, ciò al quale ci si trova confrontati. Ciò che può fare male, non sempre la vita si riesce a sopportare per come è, non sempre la vita ci spiega come è. Non si cura, a volte. Ed allora bisogna accettare lo “scontro” e cercare.

 

Un verso che è meraviglia.

‘e dolore è una parola carnale

come un amore rovinato dentro ‘

Raccontami il dolore.

Il dolore non posso raccontartelo, posso, al limite, darti indizi per capirlo. Ma sono miei indizi, che non necessariamente avranno gli stessi effetti sul tuo modo di percepirlo, questo dolore. La poesia è, anche, un dare spunti, domande, indizi (appunto) per capire, o semplicemente per essere nel pieno delle cose. In fondo io la parola “dolore” la associo ad una carnalità che non lascia  scampo, che tiene saldamente. Che Blocca. Dolore/Amore.

 

Rivelami dov’ è che cade la tua attenzione di autore.

‘è nel passo storto del mendicante

che ha le occhiaie piene di un amore feroce ’

 

Quando guardi cosa.

Mi sforzo, e non è semplice, di arrivare al semplice delle cose. Quindi la mia attenzione cade sull’adesso in quanto tale, sul dire della gente comune.
Mi sforzo di guardare con occhi semplici, privi di sovrastrutturazioni. Cerco il legame fra le cose, e certe ricerche si fanno in silenzio. Ecco, quando scovo l’intimo silenzio delle cose, ne rimango irrimediabilmente attratto.

 

CORPO/FRONTIERE,
perché questa divisione: corpo/città, corpo/frontiere?

Per sottolineare la differenza fra le due parti, e la loro unione. Corpo, parola vertiginosa, presente in entrambe, come un anello di congiunzione che s’occupa d’appianare lo scontro fra le frontiere e le città.
Ho vissuto per tanto tempo fra due stati (Italia e Francia), ho imparato a conoscere cosa vuol dire essere di frontiera. Ho vissuto in alcune città europee, ed ho imparato a conoscere l’amore feroce che vi si consuma.

 

Temi ricorrenti:
le mani, il centro, la parola poesia.

Dino Buzzati diceva che inevitabilmente ogni scrittore canta per tutta la vita la stessa canzone…concordo inevitabil-mente.

 

Il senso del sottinteso, Stefano.

E’ un senso fondamentale, esprime un enorme rispetto nei confronti del foglio bianco: la poesia si fa anche fra le cose non dette, sottintese, che vengono sottratte per rispetto estremo di quel silenzio di cui prima ti parlavo. Una bella poesia, per quanto mi riguarda, è un grande teorema semplice, che sottrae al silenzio un po’ del suo significato. Sempre con rispetto del sottinteso, del non detto.

 

Pare che Lui, il protagonista,
voglia  celebrare onestamente il finire di un amore.

‘come il mio amore,
che ha una punteggiatura a casaccio,
le caviglie legate
e nelle piccole strade i suoi veri muri
con tutte le ferite,
le incrinature e il dialetto conosciuto
fatto di silenzi, di gesti rapidi,
di una cadenza sua, che ha radici di gente di lago
ch’è una faccenda di stomaco
che quando torno mi basta ascoltare
e a volte mi affaccio, annuso il profumo di pioggia
prima del temporale ’

Quando finisce un amore ci sono cocci da raccogliere, ricordi da sistemare; ma con pacatezza, come quando da grandi si torna a casa dei propri genitori, ed una volta nella cameretta si guardano tutti quei minimi vestiti, che una volta ci contenevano…e ci si ferma un attimo a pensare…e un po’ si sorride.

 

Scarne domande di rito:
quali gli autori favoriti e perché.

Ci sarebbe da fare un elenco lungo pagine, e sicuramente dimenticherei degli autori…leggo moltissimi poeti contemporanei italiani. Anzi di più.

 

E poi: quando iniziasti a scrivere.

Non mi ricordo esattamente. A scuola mi rinfacciavano, i professori, d’essere troppo sintetico. D’arrivare a dire in poche parole quello che altri dicevano in molte. E siccome si trattava di temi…non andava benissimo la faccenda.
Ma con la poesia la questione cambia.

 

/Nella serie dei fatti inesplicabili che formano l’universo o il tempo, la dedica di un testo non è, certamente, il meno misterioso. Lo definiamo un dono, un regalo. Salvo il caso della indifferente moneta che la carità cristiana lascia cadere nella mano del povero, ogni vero regalo è reciproco. Colui che dà non si priva di ciò che dà. Dare e ricevere sono la stessa cosa. Come tutti gli accadimenti dell’universo, la dedica di un testo è un gesto magico. /

Hai dedicato questo libro al nonno Marco.
Sembrerebbe un ritorno.

Innegabilmente, e chi mi conosce lo sa, è una figura importantissima, non sarei lo stesso senza i momenti passati con lui. E senza i suoi silenzi. Un ritorno, anche, perché il libro è uscito alla fine del mio periodo francese, proprio mentre tornavo a vivere dove sono cresciuto, nella zona dell’alto Lario.

 


Stefano Lorefice è nato a Morbegno (Sondrio) nel 1977. Vive e lavora in Francia. Cura il diario di viaggio Cosmo Blues Hotel (www.cbh.spinder.com). Ha pubblicato Prossima fermata NostalgiaPlatz (Ed. Clinamen), Budapest Swing Lovers (Ed. Clandestine) e Cosmo Blues Hotel (Ed. Clandestine).

E-mail:S.Lorefice