Luigi Romolo Carrino
Cantico del tamburo schizofrenico
Per mezzanotte la strada sarà segreto impossibile
piena di segnali dalla crittografia incantata
per mille e mille capezzali da decifrare al nostro letto.
Tamburi e lenzuola fanno male al bianco della stanza
al male che c’è senza che io sappia il fare,
un orlo ad esempio.
Dire ritmico possente prende suoni fissi e orologi
l’ozio delle ombre bugiarde si fa serio serio
spiegando esagerati pallidi suicidi a pallidi
pallidi omini privi d’ogni causa saturi d’effetti
– o d’affetti?
Tamburi schizofrenici nella bella estate che sviene
collere stipate in cuore al cuore nero. Al buio invocate
le mani capaci battono ipocondriache
– invocano Genesi disperate
così disperate, così disperate disperate,
disperate ho detto, così.
Tra tamburi e ovatte le distratte note perfette
delle falangi spezzate senza che tu sappia spazio
tra il letto largo a vene lente.
Nel rito del distacco suona l’aria il presentimento
o il destino.
L’innocenza non impara
il candore dalle pieghe della luna,
il solito cuore –
il prodotto di due numeri primi così grandi
senza chiave, musica immaginata a bum bum spenti, ovattati.
La notte suona mille carezze disgraziate, lo sapevate?
Suona i cento tamburi disgraziati la notte
insegna a dormire senza scrupoli, senza messe.
Cantico della Memoria (Il Magnificat)
Signora, sono un uomo nevicato dal cielo
magnifico il delirio di neve nel nitore di battito.
Celebra Signora – in ombra mia mai! – umile
il silenzio mio che apprende la lode nostra di stupore.
Suono in ghiaccio trasparenza di mia danza
mia Signora ho solo una stanza per ammazzarmi
accanto al tuo velo ho pianto – Esaudendomi.
E sono solo un uomo separato dal cielo, Signora.
Non dubitarmi – che sono un orfano segreto
scioglimi – che sono sangue bianco intrecciato.
La danza che maledico il corpo mi posa sulla terra
mi rinnega nel flesso del tuo piede.
Diventami Signora, sono un uomo rimpianto dal cielo.
Sono il delirio di neve nel nitore del tuo velo bianco.
Ma tu hai promesso una stanza in discendenza
la stanza dei tuoi piedi aggrovigliati, straziati di bianco.
Hai soccorso la pazienza di ammazzarmi – soltanto,
mia Signora – per lasciarti potente orfana splendente.
Quinto demone del Perdono, a immagine e somiglianza
Siano qui. Saremo sempre qui. Affondati.
Nella facoltà tutta nostra di renderci pari
soffrivamo delle nostre aritmetiche, deboli
nel calcolo della liquidità che fluiva senza pena
nell’imperfetto delle nostre intenzioni.
Credulo sentivo respirarmi,
ascoltavo essermi e non, e sapevo
da che parte accendere scintille dietro
dietro la mia stessa fossa ardente, e tu, voi, miei.
Querulo, come fiammella
infilzato al pianto – il me, il noi tradì voi –
per capire che i nostri inizi respirati ritirano
maree a credito per il mare rimosso
scempio fluido, come sangue rappreso
non scorre non, nulla più, nulla ho detto.
Annegàti, per fondali, astronati
o comete per nascite rimesse al peccato
o cieli affievoliti da acque smagrolinate:
uno specchio e il suo controspecchio
capovolti.
È tutto.
V.> Non avermi paura: sono nulla da perdonare.
Pratica degli algoritmi e della calcolabilità o dell’indulto
- algoritmi -
Le collezioni affannate di oggetti ammuovono
come cose si orientano, attorno.
Nella stanza i soggetti soffocano cicli in stasi
e le commosse schegge di tenebra sulle imposte.
Strangolato, come delirante, invasato da un dio,
il buio sfluisce sul fondo della parete smemorata,
giustapponendo candele su bugie d’un’io lucifero
trasvola le quasi paure alate sulla quell’altra parete
più giù.
L’incantamento e il dolce, il dolce sonno decidibile
in albero vento per transire, nonostante la stata sera,
ha come chioma la parola e radice il tetro assioma
e compila tre pensieri orrendi di insidia ammobiliata.
- calcolabilità -
I soccorrevoli addii e ?, le lacrimose mnestiche moine
annerate in punto ferito al luogo terminale
finali si arrestano allo stato noto o scurato, e stanno.
- pratica -
Ricorrono
le lune bianche a salvare il cielo nero dal nero che c’è
si aggrinzano tra i buchi della persiana e sugli oggetti veri
poi, simili a vermi parziali, portano le loro teste sul cuscino.
E stanno.
Poi ché in fondo – dimmi come ritornare dal niente –
tutte le cose sono fatte di cose più elementari
e viceversa.
Tutte le poesie sono tratte da TempoSanto – Liturgia della Memoria – Liberodiscrivere, 2006.
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