Stefano Guglielmin

 

 

dal capitolo Io terza persona

1

io dovrebbe
dal suo esilio
piegare verso l’orizzonte
farsi cosa dai quattro cantoni
e
alla prima persona singolare
oscurare lo specchio

 

2

 

io dovrebbe
con la lingua mettere a fuoco
l’esatta dimensione del vuoto
   e stare in bilico sul bordo
capro del suo piede
                                   


3

 

io dovrebbe
vagare al laccio d’un cavallo
a dondolo per croste e nervi e
corse d’altra natura
scrivere di quella cosa che la luce tarla

                                   

4

 

io dovrebbe
esplodere adesso
salvando questo
 quello e l’erba
in mezzo

 

5

 

io dovrebbe
mettersi tra parentesi
svagarsi
così che il centro sviando
riporti il pane in orlo

 

Stefano Guglielmin, come a beato confine, Book editore, 2003

 

 

cap. Oceano e Teti

 

che realmente dio rida o pianga
che veramente sia felice, che lo sia
eternamente, e per noi

 

1

 

a che cosa pensa il piede
sull’erba e il cuore a che cosa
la bocca e ogni più bella parola
e la poesia quando canta morte
fuggi da lei... a che cosa pensa       
la sera?

 

  2

 

cos’altro chiedere a questa rupe
se non parole a capocollo e il torto
fiume che ci sgoli e donne
forti nel parto e moti e amori senza
tregua e la calma infine
d’un mare blando dove ristagni il branco
o schiumi?

 

3

 

se pretendi il salto
e l’elmo o quella forza
che dia il frutto
chiaro della mano
se reclami l’opera e l’intero
se scrivi a caso o spiovi
fino alla pozza o al buio
se incidi ed espelli se sei terra
cioè pane cioè bocca e cieco
t’infuochi se sei palmo
sospeso tra nero e astro o punto
se sei punto o covo
io che in me batti e sporgi fuori
e parli e vedi e scampi
al vuoto ‹‹dove comincia - chiedi -
dove finisce io dove finisco
se sono salto ed elmo e palmo
se parlo e ovunque muoio?››

 

 

dal capitolo La riva / I nomi

 

a capo dei nomi scavi
ancora nei polmoni di dio
cieca per troppa luce
e aperta ad una lingua mortale
slabbrata ai margini dei suoni
come debussy o la voce
che resta abbandonata all’aria
  nascendo

 

 

3

 

il volo sul ramo che non regge
o la sillaba, che compie il suo mestiere

ma è un diverso stare sulle punte, se poesia
nata dal guscio che si frange, sfanta
al peso delle cose.
anche la madre
fatica nella gabbia, o ruota
al bar della stazione, ma è un diverso
stare sulle spine, appunto
un salto, che alla palpebra non nuoce

Stefano Guglielmin, La distanza immedicata, Le Voci della Luna, 2006

 

 


Stefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (VI), dove vive e lavora come insegnante di lettere. Laureato in filosofia (110 e lode), ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (Quaderni del Gruppo Fara, Bergamo 1985, premio “poesia giovane”), Logoshima (Firenze Libri 1988), come a beato confine (Book Editore, Castelmaggiore 2003, premio Lorenzo Montano), La distanza immedicata / The immedicate rift (Le Voci della Luna, Sasso Marconi 2006) ed il saggio Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (Anterem, Verona 2001). Un suo racconto breve è pubblicato su AA.VV., La lente chiara, la lente scura (Empirìa, Roma 2002, premio A.M.Ortese). È fra gli autori dell’antologia Il presente della poesia italiana, curata da C. Dentali e S. Salvi (LietoColle 2006).
Suoi saggi e poesie sono usciti su numerose riviste italiane ed estere e su siti web. Collabora con le riviste “La Mosca di Milano” e "La Clessidra", con l’associazione junghiana “Convergenze”, con “Tellusfolio” ed è nel consiglio editoriale di “Opera Prima”, collana di poesia a cura di F. Ermini.  Gestisce il blog Blanc de ta nuque (http://golfedombre.blogspot.com/)